
Sabato 20 gennaio, aeroporto di Orio al Serio, ore 6.00...fra i vari viaggiatori in coda ai diversi check-in c'è un gruppo
come tanti. Non hanno nulla di speciale, sono semplicemente dieci persone con storie ed età diverse che hanno scelto di
lasciare per due settimane le proprie abitudini e la vita di tutti i giorni per dare una mano, concretamente,
a un popolo che da più di 30 anni vive in esilio nei pressi di Tindouf, in pieno deserto algerino.La destinazione è un
campo profughi sahrawi, l'obiettivo la ristrutturazione della scuola "Elel Andalla", gemellata con la scuola primaria di Gavarno.
Eccoci così catapultati in un altro mondo, dopo circa 20 ore di viaggio, la maggior parte trascorse in attesa, tra un volo e l'altro: Orio, Roma, Algeri e finalmente Tindouf. Quando atterriamo è ormai notte fonda, all'aeroporto ci attendono le jeep del Protocollo che ci trasportano fino alla wilaya "27 febbraio"...il nostro punto d'arrivo. La stanchezza non c'è più; l'emozione che provo ad essere qui, ad essere davvero qui, l'ha spazzata via, e il primo impatto con questo posto mi lascia senza parole...sabbia e stelle.
È l'inizio di un'esperienza indimenticabile, che lascia il segno, ed è difficile descrivere tutto quello che ognuno di noi ha vissuto, tutto quello che abbiamo portato a casa. Veniamo accolti da due famiglie, la loro tenda per 15 giorni sarà anche la nostra e non sarà per niente difficile per noi sentirci a casa. La mattina dopo possiamo vedere alla luce del sole quello che al nostro arrivo avevamo solo intravisto: la strada principale asfaltata che divide in due il campo, tutto intorno, tra la sabbia, le tende, le piccole stanze fatte di mattoni.qualcuno di noi ammette che le aspettative erano peggiori...tutto sommato, nonostante le difficoltà che possa portare la vita nel deserto, l'organizzazione dei campi e la politica del governo permette a tutti una vita dignitosa, nessuno soffre la fame e la sete.
Ci rechiamo subito dalla direttrice generale delle scuole del campo che insieme ai direttori delle singole scuole ci ringrazia per il lavoro che faremo e per la solidarietà che ci ha spinto fin qui. Insieme a loro organizziamo il lavoro. Prima di tutto facciamo un giro nella scuola per osservare le condizioni della aule ed avere un'idea generale di come muoverci. A quanto pare alcune cose sono migliorate dall'ultima visita: le crepe nei muri e i buchi nel pavimento sono stati riempiti, alle finestre ci sono delle ante dove prima c'erano assi di legno, le porte sono fissate meglio.nonostante questo c'è ancora tanto lavoro da fare...
Per iniziare abbiamo però bisogno del materiale che è stato spedito quest'estate...ancora non sappiamo se il container
in cui è contenuto è arrivato, dobbiamo andare fino a Rabouni, la capitale di questa Repubblica in esilio, a cercarlo.
Fortunatamente la ricerca ha esito positivo, tutto è già stato caricato su un camion ed è pronto per essere trasportato
fino alla scuola. Il resto della giornata trascorre a scaricare porte, finestre, sacchi di cemento e tutto quello che useremo
nei giorni successivi.ci sono anche delle scatole di alimentari che distribuiremo alle famiglie che ci hanno ospitato e a
quelle più bisognose.
Il terzo giorno iniziano finalmente i lavori, alcune aule sono già state svuotate e possiamo già sostituire le porte e le finestre esistenti, di legno, con quelle nuove di metallo.manca ancora la betoniera, ma fortunatamente viene recuperata in fretta. Mentre noi lavoriamo nelle altre aule i bambini continuano a frequentare le lezioni. Ogni mattino percorriamo la strada insieme e alla sera dopo la scuola qualcuno si ferma ad osservare curioso. Man mano che il lavoro procede gruppi sempre più numerosi si avvicinano a spiare e un sorriso gli si stampa sul viso quando vedono il pavimento rifatto e dipinto con colori accesi, le finestre e le porte nuove, i banchi, prima a pezzi, sostituiti o aggiustati, e soprattutto l'interruttore con il quale possono accendere la lampada che pende dal soffitto e che da oggi illuminerà le loro lezioni.
I giorni trascorrono quasi tutti uguali, il lavoro è pesante, il sole e la sabbia che volano ovunque non rendono le cose
più facili.imprevisti e difficoltà non sono di certo mancati, ma credo che mai nessuno abbia lontanamente pensato "chi me l'ha
fatto fare?!". Durante i lavori abbiamo coinvolto gente del posto, i maestri si sono trasformati in imbianchini e alcuni
muratori ci hanno aiutato durante l'ultima settimana per completare la realizzazione dei pavimenti. Il loro aiuto è stato
indubbiamente prezioso per noi, ma positivo anche per loro, il rischio che corrono le popolazioni che, come i Sahrawi,
sopravvivono grazie agli aiuti umanitari è quello di lasciarsi andare all'assistenzialismo, che si siedano ad aspettare
il volontario che porta cibo e assistenza e, proprio perché "tanto prima o poi ne arriva dell'altro" non hanno cura di ciò
che è stato donato...così invece queste persone si sono sentite parte attiva nella ricostruzione e hanno condiviso con noi
l'obiettivo da raggiungere. Anche noi d'altra parte abbiamo condiviso con loro la vita nei campi in questi 15 giorni.
Siamo stati accolti da tutti come amici, ogni sera siamo stati invitati a cena da una famiglia diversa e ognuno di loro ci
ha fatto sentire veramente a casa. Il viaggio è stato anche l'occasione per rincontrare vecchi amici e per stringere nuovi
legami, abbiamo avuto la possibilità di rivedere alcuni dei bambini che sono stati ospiti durante l'estate e conoscerne altri
che, non si sa mai, potrebbero arrivare in Italia nei prossimi anni.
Per chi come me era alla sua prima esperienza tra i Sahrawi è stato l'occasione di conoscere un popolo che, nonostante le difficoltà in cui è costretto a vivere, non ha perso la propria dignità e non smette mai di sperare nel ritorno alla propria patria. Un popolo che attraverso l'istruzione investe sulle generazioni future alle quali viene insegnato il rispetto delle altre persone e della altre religioni.
L'ultimo giorno che trascorriamo qui è un misto di tristezza, la nostra che nasce dall'imminente partenza, e di felicità,
quella che si legge negli occhi dei bambini e di tutto il personale della scuola il giorno dell'inaugurazione. Tra i vari
discorsi, quello della direttrice, di una militante del Fronte Polisario, del ministro dell'educazione per gli studenti
all'estero, ci colpiscono le parole di una bambina che ci ringrazia a nome di tutti gli alunni.
"Io, in nome dei bambini sahrawi, volevo ringraziare l'associazione Gherim per aver sostenuto la scuola Elel Andalla..sarete
sempre i benvenuti. Questa è casa vostra."
Il distacco è doloroso, lungo la strada che ci porta verso l'aeroporto nessuno parla. Durante il viaggio di ritorno in Italia, piano piano mi sembra di riemergere da un sogno, di essere tornata da un altro mondo, un mondo diverso ma in cui mi sembrava di essere sempre vissuta. Mentre aspetto di scendere dall'aereo penso "sono a casa"...ma qualcosa di me è rimasto laggiù nel deserto...e la voglia di ripartire è già tanta.
Silvia
per maggiori info vai a Bottega del Mondo Gherim