Il cous cous dalle donne dei territori occupati

Il cous cous dalle donne dei territori occupati

con Nessun commento

Quando ero piccola, ricordo che i miei genitori facevano una grande fatica per convincere me e mia sorella a mangiare il minestrone. Non c’era nulla da fare: ogni volta, quando arrivava la serata del minestrone, la casa si riempiva inevitabilmente di pianti. Fino a che… è arrivato nelle nostre vite il cous cous! E quell’alimento ci piaceva così tanto che, unendone un paio di cucchiai al minestrone con un filo di olio a crudo, di colpo quello era diventato per noi un piatto buonissimo. Da allora abbiamo scoperto moltissimi altri usi possibili per questo prodotto, che è ormai anche il mio miglior alleato-da-schiscetta nelle lunghe giornate da pendolare: le insalate fredde che si possono ottenere con esso, aggiungendo con fantasia vari ingredienti, sono perfette da consumare ovunque, in università come sul treno. Il cous cous di cui vorrei parlarvi oggi è quello integrale di Altromercato, proveniente dalla Palestina, luogo in cui il cous cous ha un nome tutto speciale, maftoul, termine che indica il movimento rotatoio delle mani con cui esso si ottiene a partire dalla semola di grano duro.

cous-cous1  

A produrre questo cous cous integrale è la cooperativa PARC, che opera nei territori palestinesi occupati – Cisgiordania e Striscia di Gaza. La filiera del cous cous, qui, è tutta al femminile: il grano duro integrale da cui si parte per ottenere questo prodotto viene acquistato da alcune cooperative di donne che lo coltivano a Jenin, in Cisgiordania. Poi viene lavorato dalle donne della cooperativa Al Mathas, che opera nel campo profughi a Gerico: si tratta di donne che vivevano nei territori ora occupati e teatro del conflitto tra Israele e Palestina. Per esse, poter essere coinvolte in questo progetto non significa solamente avere una fonte di reddito – spesso l’unica di tutta la famiglia, essendo mariti e figli impegnati nel conflitto – ma significa anche e soprattutto impegnarsi in un’attività che restituisce loro dignità, oltre a permettere loro, a lungo andare, di ottenere un riconoscimento sociale nelle loro comunità.

PARC, il nome della cooperativa produttrice, è un acronimo per Palestinian Agriculture Relief Committes: il suo intento è quello di risollevare i territori occupati proponendo una forma di agricoltura che promuova la convivenza nel rispetto reciproco, lo sviluppo rurale e l’emancipazione femminile tramite la formazione e il lavoro.

cous-cous2

Il valore dell’agricoltura in risposta all’occupazione è, anzitutto, simbolico: la cooperativa  PARC, infatti, fin dalle sue origini nei primi anni Ottanta, è convinta che la permanenza dei contadini sui territori palestinesi e il loro impegno assiduo per far sì che questi possano ancora offrire i loro frutti, sia la miglior risposta pacifica agli occupanti. Ancor più, però, la scelta di un’agricoltura legata alla giustizia sociale è di importanza fondamentale per le comunità locali dal punto di vista economico: in territori come la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, la cui economia viene programmaticamente soffocata – con conseguente disoccupazione fino al 40% – puntare a uno sviluppo che possa realmente essere sostenibile e benefico per la popolazione locale appare ancora più essenziale.

cous-cous3

Torniamo però al nostro cous cous: come detto, gli usi che ne potete fare sono moltissimi. Se avete bisogno di qualche consiglio, vi rimando a questa freschissima ricetta di un tabbouleh con verdure che potete trovare sul blog di cucina equosolidale di Altromercato, Il circolo del cibo.

ValeriaDiG
Segui ValeriaDiG:

Sono una giovane studentessa di filosofia e una volontaria presso la bottega Amandla di Bergamo. Amo raccontare storie, quelle di persone, di progetti, di comunità e di sviluppo. Buona lettura!

Lascia una risposta