Una storia di donne, intrecci e libertà

Una storia di donne, intrecci e libertà

con Nessun commento

Il cesto con i prodotti del Commercio Equo e Solidale è ormai diventato un “classico” tra i regali di Natale, un dono pieno di golosità che sostiene progetti di sviluppo nel sud del Mondo.
Un progetto in particolare è strettamente legato, anzi, intrecciato a questi cesti: BaSE

BaSE, abbreviazione di Bangladesh Shilpo Ekota, ossia Unione Artigiana Bangladesh, è un consorzio costituitosi formalmente nel 1992 per coordinare il lavoro di piccoli gruppi di artigiani situati principalmente nella aree rurali di questo paese e che negli anni è cresciuto fino ad ottenere, nel 1999, la registrazione ufficiale tra i soci di WFTO (World Fair Trade Organization), diventando una delle più grandi organizzazioni di Commercio Equo e Solidale in Asia.

BaSE coinvolge principalmente soggetti che si trovano in una condizione di doppio svantaggio: essere donne e vivere in villaggi rurali isolati. Le attività artigianali promosse da BaSE creano opportunità di lavoro in loco risolvendo la difficoltà di ricevere sostegno continuativo da parte delle grandi istituzioni di sviluppo e cooperazione (il Sud-Ovest del Bangladesh è infatti una delle regioni più difficilmente raggiungibili del Paese, a causa della distanza e della carenza di infrastrutture) e creando prospettive di rapporti paritari con gli interlocutori del “mondo privilegiato”. Le donne coinvolte, senza alcuna distinzione religiosa, possono conciliare un’attività generatrice di reddito con la cura della casa e dei figli, poiché i prodotti vengono realizzati nelle proprie abitazioni o nei cortili, acquisendo allo stesso tempo maggiore consapevolezza delle proprie capacità e qualche piccola libertà in più, come ad esempio la possibilità di allontanarsi da casa per portare i lavori realizzati al magazzino centrale.

Questa maggiore libertà ha creato nei primi tempi non poca preoccupazione da parte degli uomini e degli anziani del villaggio, ma la costanza delle donne e i risultati ottenuti con il loro lavoro, alla fine hanno portato un generale cambiamento psicologico, morale e sociale. Una rivoluzione che parte dunque dalle donne, che vengono da subito chiamate ad un atteggiamento di responsabilità e di solidarietà, che si esprime anche nel destinare una parte dei ricavi della loro attività a un fondo comune, cui possono attingere in caso di difficoltà.

In questi anni, circa 10.000 donne coinvolte in BaSE hanno imparato a scrivere, a fare i conti, a contrattare l’acquisto delle materie prime, a effettuare il controllo di qualità e organizzare il trasporto dei loro prodotti e, con il frutto del loro lavoro, hanno potuto garantire cure mediche a sé e ai propri familiari, far studiare i figli, garantire una dote alle figlie, riparare o ampliare le loro case.

Al sostegno dell’attività produttiva delle cooperative di artigiane, BaSE affianca una serie di programmi sociali come la formazione sui temi dei diritti umani con sostegno legale ove necessario, salute ed educazione dei bambini, informatica, allevamento e piscicoltura; mette a disposizione fondi rotativi cui ogni donna può ricorrere per necessità come spese scolastiche e mediche o altri eventi straordinari e organizza attività di screening e conseguenti campagne sanitarie.

La produzione artigianale delle cooperative di donne bengalesi si è diversificata, nel corso degli anni, dando origine ad un ampio catalogo di prodotti. Attualmente le cooperative legalmente costituite sono 13, ma sono attivi anche una decina di gruppi di lavoro spontanei che fanno comunque riferimento a BaSE per la commercializzazione dei loro prodotti.

La storia di BaSE è legata profondamente alla figura del padre missionario Giovanni Abbiati, che iniziò con le donne del villaggio di Bhabarpara l’avventura del “lavoro della juta”, da cui ha preso vita l’intero progetto. La sua scomparsa ha lasciato la cooperativa nel caos, ma la rete di rapporti creatasi negli anni e la volontà delle donne ha permesso loro di superare il breve periodo di disorientamento e l’organizzazione ha ritrovato un suo equilibrio e uno staff interamente bengalese in grado di dirigerla.

I problemi non mancano: un controllo di qualità non sempre rigoroso, il forte aumento del costo della juta, ma molti gruppi sono dinamici e innovativi e hanno aderito con convinzione ai progetti di sviluppo elaborati con la rete di partner commerciali che si è creata negli anni.
La sfida è impegnativa: rinnovarsi, senza perdere l’ispirazione originaria, ma non è impossibile. BaSE potrà continuare ad esistere se i suoi membri andranno avanti ad agire sempre per il bene comune perché le donne del Bangladesh possano continuare a dire: “Io, nel mio lavoro, sono libera”.

0